Arrivo alla fermata dell’autobus, mio papà mi accompagna, ha il sospetto, dice, che oggi ci sia sciopero, e invece no, l’autobus arriva presto, gli do un bacio e lui: ’statt accort’.
Vado.
La luce è flebile ma calda. Strano questo giugno, penso, troppo fresco per essere a metà mese. Attraverso i finestrini una Napoli che pigramente si risveglia, non c’è molto traffico, oggi è sabato,penso. Piazza Dante, sono in enorme anticipo quasi un’ora prima del necessario. Ma si, vado a piedi, la voglio respirare quest’aria di caffe e di ‘buongiorno’. Le strade ancora sonnecchiano e forse, mi dico, non vedo questa città a quest’ora del mattino da un’infinità di tempo.
Mi spingo fino in piazza trieste e trento a fare colazione. l’atmosfera sa di consueto, gesti, parole, che si ripetono ogni giorno, per quelli che anche oggi si ritrovano alla stessa ora per il primo caffè della giornata.
Per loro ma non per me. Io sono fuori.
E’ strano, tutto è cosi’ strano, un conto è venire a Napoli da ‘turista’ per il week end e avere nel cuore il sogno di tornarci a vivere, un conto è quardarsi in torno e sapere che questo, da oggi, è diventato il tuo mondo per davvero.
Sono diverse le abitudini, gli spazi, le persone, i luoghi, gli odori, il dialetto, i colori. Tutto.
Mi siedo, aspetto l’apertura. Sono fuori al negozio, il mio nuovo lavoro.
C’è un tizio, forse croato, che suona con una chitarra una musica dolcissima dalle parole incomprensibili, e il mio cuore ha un guizzo, penso a lui che ho lasciato li, ma che con il pensiero è sempre con me.
Mi ripeto che mi sento proprio strana. Cambiare cosi’ di colpo tutto mi mette agitazione. Vabbè mi dico, passerà. Spero di abituarmici presto.
Intanto una ragazza mi siede a fianco, primo giorno di lavoro anche per lei, inizia la settimana di prova. Scambiamo quattro chiacchiere, di dove sei, quanti anni hai, cose così.
Fumiamo l’ultima sigaretta, poi i negozi aprono.
Si parte.