Post archiviati sotto 'pensieri presi in prestito'
Se hai conosciuto la foglia, poi riconosci l’albero
”E come la riconosco? Sono successi 10 anni, un sacco di tempo..”
”Guaglio’ il tempo non e’ un sacco, magari e’ un bosco. Se hai conosciuto la foglia, poi riconosci l’albero. Se l’hai vista negli occhi, la ritroverai. Pure se e’ passato un bosco di tempo.”
(…)
Anna parlava senza una briciola d’accento, una lingua di libri. Il suo fiato erano righe accarezzate. Si fermo’ come per andare a capo. Toccava a me. ”Ti ho aspettato fino a dimenticare cosa. Mi e’ rimasta un’attesa nei risvegli, saltando giu’ dal letto incontro al giorno. Apro la porta non per uscire ma per farlo entrare”. Appoggiai la tempia alla sua. ”Anna e’ passata un’eternità” ”E’ finita. Ora incomincia il tempo che dura momenti”
(…)
I nostri sessi erano separati dal suo vestito e combaciavano. Il suo ebbe uno sfrenamento, mi strise tra le braccia, scricchiolarono, soffio’ piccoli ringhi brevi fino a un morso che mi chiamo’ il dolore via dal naso per farlo correre sul collo. Poi mi lecco’ in quel punto.
”Ti ho fatto male?” – ”No”
”Hai paura?” – ”Si”
”Di me?”
”Si, e nessun coraggio sara’ bello come questa paura”
Il giorno prima della felicità (Erri De Luca)
Il giorno prima
‘Il giorno prima della felicità stavamo per mancarla’. Mentre Don Gaetano parlava, guardavo la finestra del terzo piano. Ancora non era arrivato, per me, il giorno prima della felicità.
Lo volevo sapere. Non volevo, che all’improvviso capitava e non me ne accorgevo il giorno prima.
(il giorno prima della felicità – Erri De Luca)
Il Mare che mi manca..
.. non è quello dei lidi pieni di gente, della musica giusta in voga quest’anno, del lettino piu’ vicino alla riva possibile, dell’olio secco superabbronzante al profumo di cocco e degli aperitivi al tramonto con gli amici.. Si, lo so, anche questa è estate, piacevole modo di passare la giornata afosa e rinfrescare i propri vezzi, ma non è Il Mare che mi manca..
In quest’estate, per me senza mare, Il Mare che mi manca è il Mare dentro, qualcosa che ho con me come un ricordo lontano..
”Don Gaetano penso’ che mi serviva un’esperienza di mare. Conosceva un pescatore di Mergellina che si era trasferito a Ischia. Organizzo’ per me un’uscita con lui. Salii sull’ultimo battello del giorno. Dal molo accanto partivano gli emigranti, io me ne andavo in gita. Ero spaesato con le mani in grembo, che non sapevo dove appoggiarle. La traversata mi confuse i sensi, il fumaiolo buttava il nero di seppia contro il sole calante, le vibrazioni del motore facevano il solletico alla pelle. i morsi dati a una pizza fritta con la ricotta dentro, mi staccavano per la prima volta dalla città. Salutavo con gli occhi la distanza che mi allontanava. C’era un’addio in quel paio di ore di traversata, non capivo se triste o felice.
Sbarcai sull’isola di sera. Mi aspettava sul molo un’uomo basso e massiccio con un basco in testa. Mi fece sorridere dicendo: ”Quanto si’ luongo, vicini facimmo ‘a miccia e ‘a bomba”. Andammo alla marina, spingemmo la sua barca e guadagnammo il mare con i remi. Era una sera che allargava i pori, dove giravo gli occhi mi meravigliavo. Niente luna, bastavano le stelle alla vista lontana. Le luci dell’isola si persero dietro di noi. Davanti e sopra il cielo traboccava di galassie. Dal cortile del palazzo non si poteva vedere quanto ammasso c’era. Studiato a scuola, l’universo era una tavola imbadita per ospiti con il telescopio. Invece stava steso a occhio nudo e somigliava a una mimosa di marzo, fiorita a grappoli, stracarica di punti scombinati, gettati alla rinfusa nella chioma, cosi’ fitta da nascondere il tronco. Scendevano fino al bordo della barca, li vedevo tra i remi e sopra il basco ben calcato in testa. Quell’uomo, il pescatore, non ci faceva caso.
Davvero poteva un’uomo abituarsi a quello? Stare in mezzo alle stelle e neanche scrollarsele di dosso?
Grazie, grazie dicevano gli ochhi per essere li. A largo disse: ”Fai tu” e mi dette i remi. Lunghi da spingere stando all’impiedi, faccia a prua. Mi disse di puntare ad un promontorio. Lui si mise a innescare un filo lungo dal quale partiva ogni pochi metri una lenza e un’amo.
(…)
Dopo due ore si mise lui ai remi e io a calare lentamente il filo con le cento esche. Quando finimmo cominciava il giorno. Intorno a noi, sopra la superfice del mare passo’ un brivido, le alici minacciate dal tonno salivano a pallone e saltavano fuori, l’acqua s’increspava del loro sciame in fuga. Ci stavamo in mezzo, il pescatore afferro’ il retino e lo calo’ a casaccio nel mucchio. Ne tiro’ fuori una manciata viva che rovescio’ in un secchio. Quello era rubare.
Spunto’ il sole strisciando, un rumore di gas che prende fuoco, il fornelletto acceso e ci poso’ una macchinetta stinta e ammaccata. Si bagno’ la testa e si rimise il basco, feci pur’io la mossa. Il caffè fischio’ aria nel becco come un gallo. Sollevo’ la tazza verso il sole, per saluto al giorno che saliva. bevemmo tirando nel naso il suo odore di terra in mezzo al largo, a miglia dalla costa.
Su suo segno puntai alla secca, un campo in mezzo al mare da riconoscere attraverso traguardi: doveva spuntare intera la sogoma del promontorio di Sant’Angelo e l’isola di Vivara doveva prendere la forma della foglia d’alloro.
(…)
Calammo le lenze innescate a pezzetti di totano. Primo sali’ dal fondo il bianco scintillante dell’ombrina, poi lo scorfano rosso, scatenato. Il mare sotto l’attrito del sole comincio’ ad andare, onde lente spostavano la barca fuori campo. Correggevo ai remi la deriva. Era l’ora di attesa prima di andare a ritirare il filo lasciato appeso a due galleggianti. Andammo a recuperarli. A bracciate lente, regolari, rimetteva il filo nelle ceste. Dopo cinquanta metri, sali’ sotto bordo una murena. La alzo’ con un retino, le tolse di bocca il morso inghiottito e la getto’ in una tinozza. Segui’ una cernia piccola, una media e il sarago glorioso, orgoglio di chi torna dalla pesca.
Un paio di volte s’induri’ il filo, incastrato in qualche punto del fondale. Mi comando’ di remare in una direzione, indovinando il verso da cui liberare. Finimmo e dividemmo il turno ai remi. Si andava a verso di corrente, ogni bracciata si appoggiava ad una spinta di poppa.
Arrivammo alla spiaggia di partenza che le campanr chiamavano messa a mezzogiorno. Mi offri’ la cernia piccola e mi strinse la mano. Mi sanguinava per mancanza di pratica di remi. Avevamo scambiato dieci parole nei momenti giusti.
Sul battello di ritorno mi stesi a dormire sui sedili di legno profumati di vernice e sale. Mi sveglio’ un marinaio che eravamo arrivati. Era già città intorno. Non l’avevo sentita avvicinare. per un po’ fui stordito senza capire dove dovevo andare, fare cosa. Mi rianimo’ il bruciore delle mani.
A sera Don Gaetano, cucinò al pomodoro la piu’ buona cernia del mondo, spolpata fino a lasciare la lisca prosciugata.”
(Il giorno prima della felicità – Erri De Luca)
Lentamente Muore
Lentamente muore chi diventa schiavo dell’abitudine, ripetendo ogni
giorno gli stessi percorsi, chi non cambia la marca, chi non
rischia e cambia colore dei vestiti, chi non parla a chi non conosce.
Muore lentamente chi evita una passione, chi preferisce il nero su
bianco e i puntini sulle “i” piuttosto che un insieme di emozioni,
proprio quelle che fanno brillare gli occhi, quelle che fanno di uno
sbadiglio un sorriso, quelle che fanno battere il cuore davanti
all’errore e ai sentimenti.
Lentamente muore chi non capovolge il tavolo, chi è infelice sul
lavoro, chi non rischia la certezza per l’incertezza, per inseguire un
sogno, chi non si permette almeno una volta nella vita di fuggire ai
consigli sensati. Lentamente muore chi non viaggia, chi non legge, chi
non ascolta musica, chi non trova grazia in se stesso.
Muore lentamente chi distrugge l’amor proprio, chi non si lascia aiutare; chi passa i giorni a lamentarsi della propria sfortuna o della pioggia incessante.
Lentamente muore chi abbandona un progetto prima di iniziarlo, chi non
fa domande sugli argomenti che non conosce, chi non risponde quando gli chiedono qualcosa che conosce.
Evitiamo la morte a piccole dosi, ricordando sempre che essere vivo
richiede uno sforzo di gran lunga maggiore del semplice fatto di
respirare.
Soltanto l’ardente pazienza porterà al raggiungimento di una splendida
felicità.
(P. Neruda)
Maria di Donna (in arte MEG)
”Svegliami prima dell’alba, portami dove la luce non c’e cosicchè il sole non illumini piu’ tutte le paure, tutto questo dolore, ogni momemento sembra cruciale, in un’istante tutto puo’ accadere, in un’attimo solo tutto puo’ cambiare, passami le sneackers.. meglio scappare!!! Fammi sentire distante lontana anni luce da qua, fammi sentire distante da cio’ che piu’ a cuore mi sta…”
Grandissima MEG, concerto meraviglioso, hai grinta da vendere, ci hai regalato due ore di adrenalina e di emozioni, sotto un cielo stellato a due passi dal mare.
Ne è passato del tempo dai 99 eh?
Eppure non ti ho riconosciuto qualche settimana fa, quando al negozio mentre provavi gli abiti di lino parlavamo di affitti, di stipendi e di uomini.. e adesso mentre scrivo sento la tua musica che esce dalle casse del mio piccolo stereo..
L’hai detto, ieri da quel palco, ti prendo in parola: ‘ci vediamo presto’
Ballate come se nessuno vi guardasse..
(Cito questa bella cosa che mi è capitata per le mani qualche giorno fa, perchè oggi, scrivere di mio, non mi va proprio.. La dedico a tutte le persone che mi sono vicine e anche a quelle un po’ lontane che mi vogliono bene.)
Siamo convinti che la nostra vita sarà migliore quando saremo sposati, quando avremo un primo figlio o un secondo. Poi ci sentiamo frustrati perchè i nostri figli sono troppo piccoli per questo o per quello e pensiamo che le cose andranno meglio quando saranno cresciuti. Pensiamo di sentirci meglio quando il nostro partner avrà risolto i suoi problemi o quando cambieremo l’auto.. Oppure quando il progetto della nuova casa sarà avviato, poi quando avremo la possibilità di fare delle vacanze meravigliose e non saremo piu’ costretti a lavorare..
Per tanto tempo ho pensato che presto la vera vita sarebbe cominciata, ma c’erano sempre ostacoli da superare strada facendo, qualcosa di irrisolto, un’affare che richiedeva ancora del tempo, dei debiti che non erano stati ancora regolati.. in seguito la vita sarebbe cominciata.. Poi ho capito che questa era già la mia vita. Questo modo nuovo di percepire le cose mi ha fatto capire che non c’è un mezzo per essere felici, che la felicità è il mezzo… Allora smettete di aspettare di finire la scuola, di tornare a scuola, di perdere 5 chili, di prendere 5 chili, di avere dei figli, di vederli andare via di casa, Smettete di aspettare di cominciare a lavorare, di andare in pensione, di sposarvi, di divorziare.. di pensare al venerdi sera, alla domenica mattina… Smettete di aspettare di avere una nuova macchina, una casa piu’ grande, quel vestito della vetrina.. Smettete di aspettare la primavera, l’estate, l’autunno o l’inverno.. Smettete di aspettare di lasciare questa vita, di rinascere nuovamente, e decidete che non c’è momento migliore per essere felici che il momento presente.. La felicità e le gioie della vita non sono delle mete, ma un viaggio, quindi: Lavorate come se non aveste bisogno di soldi, Amate come se non dovreste mai soffrire, Ballate come se nessuno viguardasse..
(Daisaku Ikeda)
Napòlide
”Se il verbo tornare ha per me un senso e un’indirizzo, se anch’io ho un posto dove tornare è quella collina. Tornare per me è verbo di ricordi, non di geografia.
A Napoli quando scendo gli scalini del treno, non mi sento tornato. Invece mi sento solo, con un diritto piu’ intimo di quello che provo altrove.
Sono d’accordo con lei, con la città: chi non c’era, chi è mancato, ora non c’è, è decaduto il suo diritto di cittadinanza. Ora è uno dei tanti passanti che essa accoglie, senza opporre resistenza, lo straniero imbambolato che nessuno scaccia, sbirciato come me merce da raggiro. Ho rispetto del diritto di rigurgito che la città applica a chi se ne allontana. Se rispondo di me presso di lei è perchè porto i panni dell’ospite, non del cittadino. E se non ho il diritto di definirmi apòlide, posso dirmi napòlide, uno che si è raschiato dal corpo l’origine, per consegnarsi al mondo.
Mai piu’ ho attecchito altrove.
Chi si è staccato da Napoli, si stacca poi da tutto: non ha neanche lo sputo per incollarsi a qualcosa, a qualcuno.
Mai piu’ ho sputato, solo inghiottito.
Il timbro sul biglietto del treno aveva il colpo furibondo di una porta sbattuta alle spalle. Ero cancellato io, non il biglietto.” (Napòlide, Erri De luca)
Chi come me, da Napoli se ne è andato, sa quanto siano vere, intime queste parole, le senti che ti bruciano dentro come una ferita che ci metti sopra il sale.. per anni ho provato questa sensazione, a volte, il mio accento modificato nel tempo mi tradiva e mi sentivo dire: ‘Ma vuie, nun site e cca, site e Roma eh?’ e sentirsi ‘non riconosciuti’, rigurgitati appunto, dalla città che porto dentro e che difendo senza risparmio è lacerante. Ma oggi, con questa città che ha un’anima e un respiro proprio, ci ho fatto pace, mi ha accolta nuovamente.. Oggi il verbo tornare, ha il sapore di una declinazione al presente.
Ma questo è un’altro post.
Syd Barret
Non penso che quando parlo sia facile comprendermi.
Ho qualcosa che non va nella testa.
E comunque non sono nulla di ciò che pensate io sia.
Syd Barrett



