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Biagio ‘o surdo

E’ sordo Biagio.
Ma da poco ha messo l’apparecchietto. Un piccolo cece metallico, invisibile nell’orecchio. Per questo qualcuno entra ancora nella sua salumeria e urla per farsi sentire: ”Don Biaaa, miezu chile e chella cocchia la’ ffora”.
Una bottega stretta e buia, dove si vende di tutto, dalla pasta alle mollette per i panni e c’è pure un cestino vicino alla cassa con le siringhe, marca pic-indolor. Le iniezioni a casa della gente le va a fare la moglie. E’ brava, dicono, perchè conosce il trucco del mestiere, il pacchero a mano smerza come anestetico naturale che addormenta la parte prima della puntura con l’ago.
Biagio, ha conosciuto Carmela quarant’anni fa, abitavano nello stesso rione. Palazzine gialle dall’intonaco scrostato quando intorno c’erano ancora campi di fave e papaveri ai bordi delle strade.
Il papa’ di Biagio faceva il verdummaro girando per i vicoli del quartiere con la sua Ape tutta sfasciata, con la portiera attaccata con una fune. Cosi’ ha imparato tutto su vruoccoli, patane e purtualli, quando dopo la scuola aiutava il papa’ a vendere la sua mercanzia.
Ma il suo sogno era un’altro, aprire una puteca pulita e sistemata. Tanti anni di sacrifici e rinunce e alla fine ce l’ha fatta.
Oggi, fuori al suo negozio, c’è la scritta ‘da Biagio’, un bazar che solo a entrarci, rimani stupediato dall’odore di detersivo misto a quello di mortadella, dove non fai in tempo a scegliere un puparuolo bello lucido che la mano di qualche donnona con i capelli tinti nero Napoli, con grossi ricchini a cerchio dorati e le cento immagini della madonna appese in petto, quasi non te lo scippa di mano, poi quasi a giustificarsi tra lo scuorno e l’azzardo: ‘’scusate signuri’, manno vuttato”.
E’ sordo Biagio, dicevo, almeno lo è stato fino a poco tempo fa, prima di mettere la protesi acustica. Arrestava lo sguardo sulle tue labbra e capiva tutto, quello che dicevi e finanche quello che pensavi. ”Nu cuart e cucuzziell” e prima che tu finissi la frase, lui: ”chill bell ruoss pe friere”. Talento della previsione o memoria di ferro nel ricordare il menu’ settimanale di ognuno?
E’ stato sempre sordo Biagio, quando ogni mese, l’ultimo venerdi entrano all’intrasatta nel suo negozio e sempre in due e ad alta voce salutano: ”Sta puteca padre Pio la protegge”. Sempre lo stesso obolo da donare per l’assistenza dei santi chiamati ad intercedere. Offerta, elemosina, carità, o ‘tassa della tranquillità’ che dir si voglia.
Biagio, ora ha messo l’apparecchietto, lo ha detto anche ai suoi ‘devoti impostori’ che lui ora ci sente bene. Che la ‘tassa’ non la vuol piu’ pagare che se è preoccupato per le reazioni è orgoglioso dell’esempio che vuole dare ai suoi figli, come quando girava con l’ape di papa’, perchè si è sfasteriato di acala’ ‘a capa.
Perchè a Padre Pio, quello vero, lui accende ogni domenica un cero in chiesa e aggratis riceve le grazzie.
Anche questo puo’ succedere a Secondigliano. I sordi possono riacquistare l’udito, ritornare ad ascoltare la propria voce, quella di dentro. E non è un miracolo.

Add comment Settembre 26, 2009

giallo e turchese

Stava li, appoggiato alla ringhiera. L’ho guardato, mentalmente salutato. Brillante, fiammante, nuovo di zecca, solo un po’ inpolverato. Una lucidata e sarebbe stato bellissimo. 16 anni insieme.
Quante cose abbiamo visto.
L’aria calda dell’estate sulla faccia, I moscerini negli occhi, porca.. la miscela finita, arrivare tardi ed entrare alla seconda ora, attaccargli la catena, sfilare nel traffico, il panorama del golfo, mettere in moto in discesa, le mani e la faccia affondate nella liberta’..
Io e il mio Bravo giallo e turchese.
E’ finita.
Un’addio veloce senza farmi vedere, sarei patetica.
Farai felice ‘Senatore’? Lui, l’ho saputo, ti desidera tanto.. questo ragazzino albanese del centro storico, che solo per un giro con te, farebbe festa tutta la settimana. Allora, farai il bravo? Sii? Me lo prometti?
E una lacrima scivola giu’, mi sento come uno a cui portano via un pezzo..

3 comments Giugno 13, 2008

Lettera ad un amico

Sono in attesa. Nella sala d’attesa per le chemio.
Non ti chiamo perche’ starai lavorando, come avrai capito non ci sono buone novita’ ma dopo la fase dello sconforto arriva quella della sopportazione e della convivenza con il cambiamento repentino degli eventi.
Ecco proprio di questo volevo parlarti. Di fasi.
La tua e la mia. Diametralmente opposte.
Ieri ci pensavo mentre dispensavo curriculum (lo stesso che abbiamo scritto insieme qualche mese fa) in giro per i negozi nelle piu’ belle vie del centro.
Tu, alla ricerca della felicita’ fatta di costruzione, carriera, ambizioni.
Io, che dopo averle ottenute, ho capito che non mi hanno riempito la vita.
Adesso la mia massima aspirazione e’ di lavorare alla benetton di via Scarlatti, tornare a casa con la metro e sentire l’aria fresca di mare sulla pelle. Ecco, ho voglia di semplicita’, di leggerezza. La ‘famosa’ che e’ diventata, per me, oramai esigenza vitale, dopo che mi sono sentita soffocare dal peso di questa vita, dalle responsabilita’, dalle ambizioni lavorative.
Una separazione, una casa da mantenere e poi vendere, l’associazione, gli impegni, un lavoro dove farsi un mazzo per crescere e restare comunque la sera a casa da sola, e adesso un tumore, quello di mio padre.
Ho detto basta. Voglio una vita semplice. Il carico e’ diventato troppo pesante.
Per assurdo non desisdero altro che un posticino da commessa che mi lasci la testa libera e il cuore leggero. Sapessi che buffo, insieme a me fanno colloqui le ragazzine di 20 anni, ho sbagliato tutti i tempi, mi dico, ho sbagliato percorso, sono cresciuta troppo in fretta, avevo voglia di diventare subito grande, come in un riscatto, dove riuscivo a essere adulta e indipendente. Qualcuno mi dice che e’ un peccato, che sono in gamba e che potrei davvero diventare ‘importante’. In azienda, (adesso lavoro per l’azienda madre) si sente gia’ l’odore di ‘capoarea’, ma a me ormai non me ne frega proprio niente. Il tempo delle ambizioni per me e’ finito. Ma non la sento come una sconfitta, credimi, piuttosto come una grande liberta’..
Una volta ho scritto di una barca e di un tizio che gettava via le cose inutili che gli appesantivano il tragitto. Te lo ricordi? E’ esattamente cio’ che sto facendo in questo periodo, mi libero di tutto cio’ che mi appesantisce il viaggio. Ecco perche’ non e’ una sconfitta ma una scelta consapevole. Che strana la vita, come si cambia nel tempo, quanti giri fa la nostra anima e il nostro cervello, gli avvenimenti che cambiano la rotta.. Ops.. Forse ho davvero esagerato.. Leggila con calma, quando avrai un po’ di tempo da dedicarmi.. Poi magari ci faccio anche un post.. :)

3 comments Maggio 20, 2008


Sono passati di qui:

Saggia..mente

Bisogna trovare il proprio sogno perchè la strada diventi facile. Ma non esiste un sogno perpetuo. Ogni sogno cede il posto ad uno nuovo e non bisogna volerne trattenere alcuno. (H. Hesse)

Fol…lia

Io dico che..

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